Capitolo 11 – Le apnee nel sonno

I disturbi respiratori dei neonati durante il sonno sono fonte di notevole preoccupazione dei neogenitori, ma solitamente sono fenomeni fisiologici che spariscono con lo sviluppo.

Nei primi mesi il ritmo respiratorio del neonato non è sempre regolare, soprattutto nelle fasi di sonno più intenso, e può capitare che il bambino trattenga il respiro per qualche secondo. Questo può essere dovuto a molteplici cause. Innanzitutto il cervello non ha ancora perfezionato i meccanismi di controllo del respiro: per questo, a volte, il neonato “sospende” la respirazione per qualche secondo quando passa da un ritmo più sostenuto ad uno più lento. Il fenomeno dura per pochi attimi e tende a sparire con la crescita. Anche il reflusso esofageo può causare una breve interruzione del respiro.

Una terza casistica di apnea non patologica è quella emotiva: dopo una crisi di pianto, il bimbo può avere difficoltà a riprendere a respirare normalmente, diventando a volte anche rosso. Anche in questo caso, l’episodio dura solo pochi secondi e non deve allarmare particolarmente.

Più raramente le apnee nel sonno nascondono situazioni patologiche che necessariamente vanno approfondite a livello medico. Questo tipo di apnee vengono definite Apnee Ostruttive del Sonno (OSAS) e potrebbero essere riconducibili a diversi fattori e comportare conseguenze anche serie sulla salute e lo sviluppo del bambino. Potrebbero dipendere da alterazioni morfologiche delle prime vie aeree, prima fra tutte l’ipertrofia adeno-tonsillare, o da scompensi di pressione, o ancora essere legate all’obesità del bambino. I sintomi collegati a questo tipo di patologia sono generalmente il russamento, gli episodi di pianto notturni, l’attività motoria ripetitiva nel sonno, la suzione debole (31). Nell’osservare questi fenomeni, i genitori si dovranno necessariamente rivolgere al pediatra.

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Capitolo 10 – Le regole del sonno sicuro

Purtroppo ancora oggi troppi neonati muoiono durante il sonno. Solitamente questi decessi sono riconducibili ad eventi tragici, come cadute, soffocamenti, strangolamenti, oppure come conseguenza di gravi malattie. Taluni, invece rimangono inedentificabili, anche dopo l’esame post mortem.

Tutti gli episodi in cui un neonato perde la vita inspiegabilmente sono stati ricondotti alla Sudden Infant Death Syndrome, (SIDS), ovvero morte improvvisa del lattante, un evento raro che in Italia colpisce un neonato ogni 2000 e che solitamente riguarda la fascia di età compresa tra i 2 e i 4 mesi. (29).

La ricerca non ha ancora fatto chiarezza sulla natura del fenomeno, ma si ipotizza che i bambini colpiti abbiano una qualche alterazione dei centri del cervello che regolano i meccanismi del risveglio. In condizioni di ipossia, cioè di mancanza di ossigeno, non si attivano come dovrebbero e non inducono un immediato risveglio.

Per prevenire il rischio di SIDS e di altre tipologie di decesso legate al sonno, l’American Acadamy of Pediatrics (AAP) ha stilato una serie di raccomandazioni che vengono aggiornate con cadenza quinquennale. L’ultimo report pubblicato dall’AAP è risalente al 2016 e identifica le seguenti raccomandazioni (30):

  • Condividere la stanza dei genitori: E’ importante che il bambino dormi nella stessa camera dei genitori su una culla (o lettino) vicina al loro letto fino ad almeno i primi 6 mesi di vita, e possibilmente fino ad un anno. Gli studi e le ricerche hanno dimostrato che dormire nella stanza dei genitori ma in uno spazio separato, riduce il rischio di SIDS fino al 50%. Sebbene non ci siano delle indicazioni precise circa l’età fino a quando far dormire il bambino nella stesa stanza dei genitori, i primi 6 mesi sono particolarmente critici, perché i tassi di SIDS e altri decessi correlati al sonno, in particolare quelli che si verificano in situazioni di condivisione del letto, sono più alti nei primi 6 mesi. Posizionare la culla vicino al letto dei genitori in modo che il bambino sia a portata può facilitare l’allattamento, il conforto e il monitoraggio del bambino. L’AAP non ha ancora fornito indicazioni precise circa l’utilizzo delle culle side- bed, ma il messaggio centrale è quello di non cedere alla tentazione di portarsi il bambino a letto. A tal proposito, una culla che consenta di riposizionare facilmente il bambino nel suo spazio separato può rappresentare una buona soluzione.
  • Far dormire il bambino nella posizione supina fino ai 12 mesi di vita. E’ stato dimostrato che la posizione supina durante il sonno è quella che garantisce la maggior sicurezza. Purtroppo anche in posizione laterale gli studi effettuati dall’AAP indicano una maggior incidenza di morte in culla. Se non altro perché in posizione laterale il neonato rischia di finire prono durante la notte non riuscendo più a rigirarsi. Quando sarà in grado di rotolare da supino a prono e viceversa, potrà rimanere nella posizione di sonno che assume. Far dormire costantemente il bambino in posizione supina potrebbe comportare un certo grado di appiattimento dell’occipite (plagiocegalia posizionale). Per mitigare questo rischio, nei momenti di veglia e sotto la supervisione di un adulto, l’AAP consiglia di effettuare degli esercizi, posizionando il neonato in posizione prona e laterale, così da favorire anche il suo sviluppo motorio.
  • Utilizzare materassi piani e rigidi. Una superficie solida mantiene la sua consistenza e non sprofonda né si adatta alla forma della testa del bambino. I materassi troppo morbidi, compresi quelli realizzati in memory foam, potrebbero creare un avvallamento e aumentare cosi la possibilità di soffocamento;
  • Rimuovere oggetti morbidi, cuscini, giocattoli dalla culla: Oggetti morbidi, come cuscini e peluche, copertine sciolte e paracolpi, possono ostruire il naso e la bocca del neonato provocando un rischio di soffocamento e intrappolamento
  • Fissare bene lenzuola e coperte: Lenzuola e coperte non devono coprire la testa del bambino e vanno fissate fermamente. Il bambino deve essere sistemato con i piedi che toccano il fondo della culla/lettino in modo che non possa scivolare sotto le coperte;
  • Proporre il succhiotto: le ricerche dell’AAP hanno stabilito che l’utilizzo del succhiotto riduce il rischio SIDS. Sebbene il meccanismo non sia del tutto chiaro, e la questione sia tutt’oggi molto dibattuta all’interno della comunità scientifica, sembrerebbe che l’effetto derivi dal garantire una suzione più frequente durante le ore notturne ed un presunto stato di sonno più leggero da parte dei bambini abituati al ciuccio. In ogni caso, non bisogna mai forzare il bambino a prendere il ciuccio. Vanno altresì rimossi catenelle e nastrini.

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  • Evitare il surriscaldamento: I bambini non devono mai essere troppo coperti e non dovrebbero indossare strati di indumenti diversi da quelli che i genitori indosserebbero per sentirsi a loro agio nell’ambiente. Per stabilire se il bambino è surriscaldato basta monitorare la sua temperatura corporea appoggiando una mano sul petto e capire se sta sudando toccando il retro del capo. La temperatura della camera in cui dorme il neonato dovrebbe essere intorno ai 20°, con una percentuale di umidità del 50-60%, per evitare la secchezza delle vie respiratorie. Nei mesi freddi non bisogna esagerare con il riscaldamento, pensando che tenere al caldo il bambino equivalga a protegger Gli sbalzi troppo bruschi di temperatura con l’esterno, anzi, compromettono il corretto funzionamento protettivo delle cellule a forma di ciglia che rivestono il primo tratto del sistema respiratorio e che, come piccoli spazzini, respingono buona parte di virus e batteri. D’estate, invece, è raccomandato tenere la stanza ben ventilata e, se necessario, si può far ricorso ad un climatizzatore che rinfreschi la stanza, facendo attenzione anon esporre il bambino ai getti diretti di aria fredda.
  • Favorire l’allattamento al seno: Le ricerche hanno dimostrato che l’allattamento al seno è associato ad una riduzione del rischio SIDS del 60% e oltre, specialmente nei casi di allattamento materno esclusivo. Il latte materno è una sostanza viva che cambia in continuazione sia durante la poppata che nell’arco del tempo, che si adatta ai fabbisogni del bambino nel corso del suo sviluppo e che rafforza la maturazione del sistema nervoso centrale, favorendo tra le altre cose, un miglior controllo della respirazione durante il sonno.
  • Non fumare: Fin dalla gravidanza, e se possibile anche prima, sia la mamma che il papà dovrebbero dire addio al vizio del fu Se in casa qualcuno fuma ancora, però, deve essere molto scrupoloso. Non solo riguardo al fumo passivo, ma anche a quello di terza mano. Fumare fuori casa, infatti, non basta: i residui tossici si depositano negli ambienti, nelle auto, sui vestiti e i bambini li assumono non solo con la respirazione, ma anche con l’ingestione e attraverso l’assorbimento della pelle. Per questo, dopo aver fumato fuori dagli ambienti domestici o frequentati anche dal bambino, bisognerebbe sempre lavarsi mani e denti e cambiarsi i vestiti. Molti studi hanno dimostrato in modo inequivocabile che il fumo domestico in generale, è associato all’insorgere di molte malattie e aumenta il rischio di SIDS.

Capitolo 9 – I disturbi del sonno

Anche al bambino più sereno e dormiglione capitano periodi di maggiore irrequietezza in cui prendere sonno diventa improvvisamente più difficile, i risvegli notturni si moltiplicano e il pianto diventare inconsolabile. A volte questo può dipendere semplicemente dal disagio provocato dal distacco dalla mamma. Altre volte, invece, può essere indotto dalla presenza di determinati disturbi fisici.

  • Tra le cause più frequenti c’è il raffreddore. Il bambino col naso chiuso non riesce a prendere sonno, soprattutto quando è disteso, perché respira male, si sente soffocare. Le infezioni delle vie respiratorie sono frequenti nei primi anni di vita, perché tutti i virus che il bambino incontra sono nuove conoscenze per il suo sistema immunitario. Non esistono farmaci efficaci contro il raffreddore e i decongestionanti nasali sono controindicati in età pediatrica. Quello che mamma e papà possono fare è favorire la clearance mucociliare, spruzzando nelle narici qualche goccia di soluzione fisiologica ad una temperatura di 33-34°; dopodiché può essere di aiuto mettere un piccolo cuscino o un asciugamano piegato sotto il materasso del suo lettino per sollevargli il tronco e farlo respirare meglio. Durante l’infezione è importante tenerlo sempre ben idratato, offrendogli più spesso il seno, o acqua se è più grande. Se il malessere persiste e il bambino dà segno di essere sofferente, potrebbe avere un po’ di febbre. È il caso allora di sentire il pediatra e seguire le sue indicazioni.
  • Se il piccolo è raffreddato o lo è stato di recente e piange toccandosi le orecchie, potrebbe avere un’otite: un’infiammazione dovuta a un accumulo di muco nell’orecchio medio, che preme e provoca dolore. A volte è associata a febbre e può capitare che il bambino, provando fastidio con il movimento della suzione, rifiuti di prendere il seno o il biberon. Spesso l’otite è di origine virale e non si cura con gli antibiotici. Un antidolorifico come il paracetamolo o l’ibuprofene può servire a calmare il fastidio. Comunque occorre sempre consultare il pediatra prima di somministrare farmaci. Nel frattempo, può dare sollievo pulire il nasino con una soluzione fisiologica per ridurre la pressione esercitata dal muco nell’orecchio, che è in comunicazione col naso.

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  • Un disturbo classico che può interferire con la fase dell’addormentamento serale del bambino è la cosiddetta colichetta gassosa. Nonostante sia conosciuta con questo nome, l’ipotesi del fastidio dovuto a bolle d’aria nell’intestino è solo una delle tante formulate per spiegare le crisi di pianto di cui soffrono alcuni neonati nei primi mesi di vita. Un’altra ipotesi è che il piccolo manifesti in questo modo la tensione accumulata nel corso della giornata dal suo sistema nervoso, ancora immaturo. Il pianto può durare ore e presentarsi occasionalmente oppure con regolarità, anche tutti i giorni, ma non ha alcuna conseguenza per la salute del bambino e di solito si estingue spontaneamente entro il terzo mese di vita.
    Conviene che mamma e papà si rivolgano al pediatra per escludere altri possibili disturbi. Spetta al dottore prescrivere eventuali farmaci. Al momento della crisi, per cercare di consolare il piccolo, i genitori possono provare ad abbassare le luci, a cullarlo dolcemente, a massaggiargli con delicatezza il pancino. Un po’ di latte o di acqua può aiutare e il contatto pelle a pelle è sicuramente di conforto.
  • Un altro disturbo che può manifestarsi dopo i pasti, soprattutto quando il bambino è disteso, e quindi interferire con l’addormentamento o svegliarlo dal sonno, è il reflusso gastroesofageo. Nei primi mesi di vita, quando il cardias, la valvola che chiude lo stomaco, è ancora immatura, parte del contenuto dello stomaco può risalire nell’esofago durante la digestione. A tutti i bambini capita di rigurgitare un po’ di latte o di pappa appena mangiata. Se il fenomeno non è accompagnato da pianto o manifestazioni di sofferenza, non c’è ragione di allarmarsi. A volte invece, la risalita di materiale può infiammare la mucosa dell’esofago e dare bruciore a causa dell’acidità presente nei succhi gastrici. Tenere il piccolo in braccio per qualche minuto dopo i pasti, in posizione eretta, appoggiato a una spalla dell’adulto, può favorire la discesa del cibo fino allo stomaco. Prima della nanna, è utile tenere sollevata la parte superiore del corpo del bambino, mettendo un piccolo cuscino o un asciugamano piegato sotto il materasso del lettino. Alcune alcuni modelli di culle e navicelle dei sistemi modulari offrono la possibilità di inclinare leggermente il piano del materassino per favorire questa posizione.
  • Anche l’eruzione dei primi dentini da latte può tenere sveglio il bambino di notte poiché le gengive disturbate dai denti che spuntano si infiammano. Il fenomeno è fisiologico e c’è poco che si possa fare se non dare al bambino un oggetto (per esempio un dentaruolo) freddo da mordere e consolarlo con le coccole.
  • Altri cambiamenti fisiologici possono alterare il ritmo del sonno e della veglia nella seconda metà del primo anno di vita. Per esempio, taluni progressi dello sviluppo motorio, come quando il bambino impara a gattonare o a sollevarsi da solo in piedi (18), coincidono spesso con periodi di grande irrequietezza e difficoltà di addormentamento.
  • Infine, l’ansia da separazione può giocare un ruolo estremamente rilevante. Fenomeno assolutamente fisiologico, è la conseguenza della maturazione del sistema nervoso del bambino che intorno agli otto mesi acquisisce maggiore consapevolezza dell’ambiente che lo circonda, del fatto di essere un’entità separata dalla mamma e che i suoi genitori a volte si allontanano da lui. Reagisce con allarme alla separazione dagli adulti conosciuti, in modo più o meno marcato a seconda del temperamento del piccolo, del rapporto di attaccamento che ha sviluppato con mamma e papà, delle circostanze.
    Addormentarsi può essere un’esperienza stressante per un bambino in piena ansia da separazione, perché equivale a perdere i contatti, seppur temporaneamente, con persone e luoghi familiari. Ecco perché spesso, verso questa età, i bambini oppongono forte resistenza al momento di coricarsi. È una fase transitoria, destinata a generalmente a risolversi spontaneamente col passare del tempo.

Aiuta, nel frattempo, mostrarsi comprensivi e affettuosi, disponibili alle richieste di vicinanza del piccolo e prepararlo al distacco della nanna con routine rilassanti, in un’atmosfera di serenità.

 

 

Capitolo 8 – Accorgimenti utili per favorire il sonno

Che la questione nanna sia importante per i genitori lo dimostra la quantità di dispositivi sul mercato creati per favorire l’addormentamento dei più piccoli: carillon, lucine della buonanotte, lettini auto-cullanti… Tutti promettono meraviglie, ma quanti sono veramente efficaci? La ricerca scientifica ci dà qualche indicazione per orientarci tra tanta scelta.

Le luci che hanno una forte componente bluastra interferiscono con la percezione dell’alternanza tra giorno e notte, ingannano il cervello facendogli credere che sia ora di stare svegli e non favoriscono di certo l’addormentamento (22). Ecco perché è un errore mostrare ai piccoli cartoni animati o video rilassanti nella speranza di indurre il sonno, soprattutto sugli schermi di cellulari e tablet, che hanno una componente blu più marcata. Meglio spegnere qualunque schermo almeno un’ora prima dell’orario previsto per la nanna. Le stesse considerazioni valgono per le cosiddette lucine della buonanotte, quelle per tranquillizzare i piccoli che hanno paura del buio o quelle usate di notte quando c’è da cambiare il pannolino o allattare il bambino: meglio scegliere una lampadina a bassa intensità e di colore ambrato.

Passando dalla vista all’udito, l’ascolto di un suono attutito e ritmico ha un effetto rilassante (23) e aiuta adulti e bambini ad abbandonarsi al sonno. Tuttavia bisogna fare attenzione al volume dei dispositivi che producono suoni, ninne nanne o rumore bianco. Se è troppo alto, non solo non aiuta a dormire, ma causa un sovreccitamento del bambino e può nuocere al suo udito.

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Una condizione che aiuta i bambini, soprattutto i più piccoli, a sentirsi protetti e quindi a rilassarsi e prendere sonno con più facilità è il contenimento fisico: essere fasciati e raccolti ricorda loro le sensazioni della vita prenatale (24). Il contenimento di un bambino non significa solo dargli dei confini, provando a ricreare la situazione che aveva nell’utero materno, ma anche contenere la sua emotività. Mamma e papà possono diventare loro stessi il nido del loro bambino, adagiandolo sulla loro pancia e tenendolo ben sostenuto e avvolto, da capo a piedini, con le braccia. E’ il cosiddetto metodo Holding (25), studiato profondamente dalla psicoterapeuta Martha Welch. Sperimentato negli Stati Uniti negli anni ’70, dapprima sui bambini affetti da autismo e successivamente sui neonati normodotati, il metodo prevede diversi gesti pensati per tranquillizzare, calmare e rilassare i più piccoli. Per favorire l’addormentamento di un neonato, la Welch consiglia di tenere una mano ferma sulla sua testolina e un’altra sulle sue gambine tenute raccolte verso il suo petto finché il piccolo si rilassa e si abbandona al sonno.

Coccole e gesti di contenimento però devono essere graditi: se il piccolo smette di piangere o si addormenta significa che è tranquillo e sereno, altrimenti meglio non insistere e riprovare in un altro momento. In ogni caso, affinché sia un’esperienza gradevole e rilassante per il neonato occorre evitare movimenti bruschi, soprattutto quando ci si accinge a rimettere il bambino nella culla (26). In questa fase può essere d’aiuto parlargli dolcemente con voce bassa e tranquilla.

Il contenimento è il fondamento su cui si basa l’uso comune a molte culture di fasciare i piccoli con lenzuolini o coperte. Secondo l’antica tecnica del Wrapping, di cui si hanno le prime tracce ai tempi della preistoria, per favorire il rapporto con il bambino e rilassarlo è buona abitudine avvolgere il neonato (con meno di due mesi) in un lenzuolino che lo contenga ma gli lasci braccia e gambine libere di muoversi. Per i bambini che la gradiscono, può essere una soluzione efficace, a patto di osservare alcune regole di sicurezza. Lenzuola (ma anche coperte e sacchi nanna) non devono mai coprire la testa e il viso del piccolo o essere posizionate in modo tale che la testa possa scivolarvi sotto. La fasciatura non deve essere tanto stretta da ostacolare la piena espansione del diaframma e dei polmoni e quindi il respiro. La copertura non deve essere troppo pesante, per evitare di surriscaldare il bambino. Le gambine non devono essere costrette in posizione distesa e unita, ma piegate “a ranocchietta” e avere una certa libertà di movimento. Infine, bisogna smettere di fasciare il piccolo nel momento in cui impara a voltarsi da solo su un fianco: potrebbe rotolare in posizione prona e, a causa della fasciatura, non riuscire poi a tornare supino.

Un altro classico alleato usato dall’antichità per tranquillizzare i bambini è il succhiotto. Ci sono piccoli che lo gradiscono, altri che lo rifiutano e preferiscono le proprie dita. Per chi lo apprezza, il suo effetto calmante e pacificatore è dimostrato da numerose ricerche (27). La suzione non nutritiva, è un riflesso istintivo, già presente in utero: verso la 15esima settimana di gravidanza, infatti, il feto inizia a succhiarsi il pollice per tranquillizzarsi e coccolarsi. La suzione stimola la produzione di serotonina che favorisce la calma e restituisce in parte le sensazioni piacevoli provate dal neonato nel contatto con il seno materno. Una volta avviato l’allattamento al seno, e indicativamente fino all’anno di età (per non interferire con il buon sviluppo dei denti) è possibile proporre il succhiotto come strumento di relax e consolazione aggiuntivo. L’unica controindicazione è quella dei risvegli: poco dopo l’addormentamento, inevitabilmente, il ciuccio cade dalla bocca del bambino che durante i fisiologici risvegli notturni, se ne troverà sprovvisto. Verosimilmente sarà più incline a chiamare mamma e papà.

Lo stesso limite riguarda la pratica di cullare i bambini, tra le braccia o in una culla a dondolo. La percezione del moto ondulatorio da parte del vestibolo, la parte dell’orecchio interno responsabile dell’orientamento spaziale, ha un effetto calmante dimostrato su adulti e bambini e favorisce il sonno (28). Una volta interrotto il movimento, però, al primo risveglio, è probabile che il bambino chiami per essere nuovamente cullato prima di tornare a dormire.

Alcune culle permettono un dondolio continuo, altre oscillano in base ai movimenti del bambino, ma non si può escludere che il piccolo chiami ugualmente al suo risveglio. Quel che cerca non è certo il moto ondulatorio, ma la presenza confortante di mamma e papà!

Capitolo 7 – Accompagnare alla nanna

Anche se l’addormentamento e le caratteristiche del sonno del bambino nei primi mesi di vita sono in grande misura regolati da meccanismi fisiologici innati e predisposizione genetica, mamma e papà con le loro cure possono aiutare il bambino a maturare speditamente e a superare i piccoli ostacoli sul percorso.

Conoscendo le differenze tra la struttura del sonno dell’adulto e quella del bambino, è più facile intervenire nel modo corretto, evitando errori. Per esempio, sapendo che durante la lunga fase REM il piccolo può muoversi ed emettere suoni, bisogna distinguere con attenzione tra quando è attivo, ma sta dormendo, da quando è sveglio, così da non toccarlo e non rivolgergli la parola (18). Si rischia altrimenti di sprecare la fatica fatta per farlo addormentare, risvegliandolo anzi tempo. La stessa raccomandazione è valida in occasione dei risvegli notturni. Non è detto che il bambino abbia bisogno dei genitori per riaddormentarsi, può darsi che ce la faccia da solo, segno di maturazione neurologica. Conviene quindi osservarlo qualche secondo e non prenderlo in braccio al primo segno di risveglio, ma aspettare che sua lui o lei a lanciare un richiamo a mamma e papà, se ne sente la necessità.

Crescendo, l’organismo adatta i ritmi biologici del bambino, in base ai fattori esogeni. Per esempio, il ritmo veglia-sonno viene via via sincronizzato con l’alternanza giorno-notte. Tuttavia, nelle prime settimane di vita, il cosiddetto ritmo circadiano (serie di ritmi che si susseguono nell’arco del giorno) è ancora in fase di maturazione. Il neonato avrà bisogno di qualche tempo per accordare i suoi tempi agli stimoli ambientali. Il più potente di questi stimoli è la luce del sole: esporre di giorno il bambino alla luce naturale e limitare invece l’esposizione serale a quella artificiale, lo aiuta ad adattarsi più rapidamente (19).

Un’altra accortezza di provata efficacia per accompagnare un bambino alla nanna è mettere in atto una routine rilassante e rassicurante, che si ripeta più o meno uguale ogni sera. Ha il compito di far capire al piccolo che la giornata si avvia a conclusione e sta per cominciare un tempo diverso, quello della notte, e che mamma e papà saranno con lui anche mentre dormirà e lo accoglieranno al risveglio.

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Uno studio americano (20) ha evidenziato che i benefici di questo approccio sono evidenti già dopo le prime tre sere, in termini di tempo impiegato per addormentarsi, numero dei risvegli notturni e umore del bambino e dei genitori. Massaggi, carezze, un bagnetto caldo, la lettura di una fiaba o una ninna nanna, non importa quali attività vengono incluse nella routine serale, perché quel che fa la differenza è la disponibilità emotiva dell’adulto, che presta attenzione ai segnali del bambino, ne comprende lo stato d’animo e risponde prontamente alle sue richieste. È questo l’approccio che dà i risultati migliori

E se all’orario prestabilito da mamma e papà il bambino proprio non riesce a prendere sonno? Forse per lui o lei è oggettivamente troppo presto. Meglio rimandare al momento in cui manifesterà i primi segnali di stanchezza (21). Nei giorni successivi, per aiutarlo ad addormentarsi prima, i genitori possono provare ad accorciare o anticipare l’ultimo pisolino della giornata, così che il piccolo arrivi più stanco all’orario previsto per la nanna della notte.

Capitolo 6 – Un nido sicuro e confortevole

Quando non è tra le braccia della mamma, il piccolo ha bisogno di un posto accogliente e sicuro in cui rilassarsi e riposare. Il bambino trascorre dormendo la maggior parte delle sue 24 ore e il suo nido deve avere delle caratteristiche precise. La scelta non è semplice, specie con il primo figlio, quando ancora non si ha esperienza e non si sa bene cosa aspettarsi. Il dubbio dei neogenitori, in genere, è tra culla o lettino. La culla si usa sicuramente per un periodo limitato di tempo, dopodiché è necessario prevedere comunque l’acquisto di un lettino con sponde di sicurezza. La culla, però, offre al piccolo un ambiente più a sua misura, che lo fa sentire contenuto, quindi protetto, avendo dei riferimenti spaziali percepibili, e può essere spostata più agevolmente tra una stanza e l’altra della casa per tenere il bambino sempre sotto controllo. I modelli di culla con funzione side bed, poi, offrono la possibilità di essere affiancati al letto dei genitori, garantendo al tempo stesso che lo spazio della nanna del bambino rimanga separato. Questi modelli hanno il vantaggio di permettere alla mamma di consolare il bambino e di tranquillizzarlo con una carezza, un tocco, direttamente dal proprio letto, senza bisogno di alzarsi.

Alcune culle sono trasformabili in lettino grazie ad appositi kit. Chi, invece, preferisce optare subito per il lettino, può ricorrere eventualmente a specifici riduttori, facendo attenzione che, per caratteristiche e materiali, rispettino i principi del Safe sleep di cui parleremo più avanti. Non devono in alcun modo creare ostacoli alla respirazione del bambino nel caso egli si giri e appoggi naso e bocca sui bordi.

Indipendentemente dalla scelta, che si tratti di culla o di lettino, devono essere sempre rispettati i parametri previsti dalle normative in vigore. Gli standard Europei stabiliscono dei precisi vincoli per questi tipi di articoli, come la stabilità, l’altezza delle pareti, la distanza tra le sbarre, la misura minima tra il materasso e il bordo, ecc., nonché dei limiti molto stringenti in merito alla presenza di sostanze chimiche all’interno dei materiali e delle vernici.

Oltre che per la struttura, sono previsti dei parametri di sicurezza molto precisi anche per i materassi. Per esempio, devono avere un grado di compattezza e rigidità tali da non creare avvallamenti in cui il neonato possa affondare, devono essere della dimensione giusta per evitare che si creino spazi vuoti in cui il bambino possa scivolare o infilare la testa, devono rispondere a certi criteri di salubrità chimica.

Sono da preferirsi materassi compatti con rivestimenti traspiranti che siano sfoderabili e lavabili, mentre sono sconsigliate le tele cerate salva materasso poichè vanificano l’effetto traspirante dei rivestimenti. Infine, non andrebbe mai usato il cuscino per la testa, sia per i potenziali rischi di soffocamento, sia perché, alzando la testa del bambino, la respirazione potrebbe essere disturbata.

In ogni caso, il consiglio è quello di scegliere un materasso di buona qualità. Come per noi adulti, un buon materasso è determinante per favorire l’ergonomia ideale e conseguentemente il buon riposo del bambino.

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Per i primi mesi del bambino, un’ottima alternativa è la navicella del sistema modulare: se ha dimensioni e caratteristiche giuste, può assecondare al meglio i bisogni di riposo del bambino fino a circa 6 mesi, cioè fino a quando il bambino non è in grado di stare seduto autonomamente. Il che è un grande vantaggio perché si può continuare a far riposare serenamente il bambino negli spostamenti dentro e fuori casa, assecondando allo stesso tempo le esigenze di mobilità dei genitori. È fondamentale, però, che la navicella abbia dimensioni interne che consentano il giusto movimento e rilassamento muscolare, in modo da garantire un riposo comodo ed efficace, avere una struttura che permetta una buona circolazione dell’aria e un materassino che dia il giusto supporto per la postura corretta del neonato.

Per preservare l’igiene, la carrozzina non dovrebbe mai essere portata in casa sul telaio. L’ideale è scegliere un modello che sia dotato di un supporto su cui poter agganciare la carrozzina in sicurezza. La culla del sistema modulare, poi, è indubbiamente uno dei luoghi ideali per i pisolini del bambino fuori casa. Tanto da essere considerata uno dei rimedi per farlo tranquillizzare e addormentare nei momenti più difficili: quando sembra che nulla funzioni, non resta che tentare con una passeggiata all’aperto con la carrozzina.

Capitolo 5 – I luoghi della nanna

Anche se il piccolo, nei primi mesi, dormirà nella stessa stanza con mamma e papà, è giusto e importante iniziare a pensare alla sua cameretta. Individuare e definire uno spazio nella propria casa da dedicare al bambino, è un percorso mentale ed emotivo, che aiuta i futuri genitori ad aprirsi e ad accogliere il bambino. Pensare a lui o a lei, a come sarà, a quanto sarà bello e magico averlo o averla con sé diventa più facile e vero se si inizia a costruire per lui un nido caldo, bello e sicuro.

Per prima cosa bisogna analizzare la disposizione della casa: l’ideale è riuscire ad avere la stanza bel bambino vicino a quella dei genitori, in modo da ridurre i tragitti per raggiungerlo durante la notte, e non lontano dal bagno per semplificare i momenti del cambio e del bagnetto. Se possibile, poi, vanno considerate l’esposizione alla luce e la tranquillità: meglio optare per una camera luminosa e lontana dalla strada o dalle scale. Una volta individuato lo spazio, occorre ragionare sui colori dominanti, in particolare delle pareti, perché alcune tonalità sono tranquillizzanti, altre l’opposto. La cameretta del bambino deve innanzitutto essere un luogo di benessere (17).

Secondo il feng shui, antica arte cinese che studia i flussi energetici dello spazio che ci circonda allo scopo di migliorare la qualità della vita, il blu trasmette serenità, aiuta la concentrazione e diffonde energia positiva. Il giallo è il colore della luce e, quindi, della salute e del benessere. L’arancione trasmette energia, mentre il rosso è il colore della fortuna. Altre tinte hanno significati diversi: ad esempio il rosa è tranquillizzante, il verde è il colore dell’equilibrio fisico e mentale e il viola quello del buonumore. Per ottenere uno spazio che sia al tempo stesso fonte di energia e di wellness, il feng shui consiglia di scegliere i colori in base al periodo in cui è nato il bambino, così da equilibrare i fattori Yin e Yan presenti in ognuno in modo distinto: bianco, azzurro e crema per i bambini nati in primavera o in estate; verde, rosa e giallo per i nati in autunno o in inverno.

Da scegliere con attenzione è la vernice per le pareti. Vanno scelte soluzioni con un coefficiente COV (che indica la percentuale di Composti Organici Volatili) basso, preferendo le pitture ecologiche a base di acqua. Sul mercato esistono anche delle pitture definite “mangia smog”, antibatteriche, capaci di limitare l’inquinamento indoor perché in grado di eliminare le sostanze dannose presenti nell’aria, come muffe, batteri e spore, rendendo l’ambiente più salutare nel tempo.

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Definito il colore delle pareti e delle tende, che devono essere simili per tonalità, si può iniziare a pensare agli arredi.

In questa prima fase della vita, il neonato non ha bisogno di una stanza troppo “piena” e definita: è bene avere soltanto i mobili indispensabili, una sorta di base da cui partire e, nel tempo, modificare in base alle fasi della crescita, alle esigenze e ai gusti e desideri del bambino. Gli indispensabili sono culla o lettino, un fasciatoio, un mobile per i vestiti e la biancheria del piccolo e delle ceste per i suoi primi giochi. Meglio scegliere mobili di legno chiaro o bianco, con forme morbide e angoli arrotondati, che siano ovviamente dotati di tutte le garanzie e certificazioni specifiche dei prodotti dedicati alla prima infanzia.

E la posizione? Potendo scegliere, il feng shui raccomanda di collocare la culla o il lettino il più lontano possibile dalla porta e dalla finestra, per permettere la naturale circolazione dell’energia. La testata dovrebbe stare verso una parete per ricreare la sicurezza che il bambino aveva nel pancione. Il fasciatoio può tranquillamente stare vicino alla porta perché il bambino ci sta solo per qualche minuto ed è sempre sorvegliato da mamma o papà. Il materiale ideale per il pavimento è il legno, ma è bene farlo lamare con vernici e prodotti vegetali, atossici. Altrimenti il pavimento può essere “scaldato” con tappeti a pelo corto o stuoie, con bordature antisdrucciolo, che siano facili da lavare e tenere puliti per evitare ristagni di polvere e acari. Infine, la luce: è un’importante fonte di energia Yang. Il consiglio è quello di usare a soffitto o a parete una luce calda che illumini tutto l’ambiente e poi una luce più puntuale che illumini il fasciatoio. Anche una lampada in cristallo di sale può influire positivamente sul benessere del bambino, grazie alla ionizzazione dell’aria e al colore che diffonde nella stanza.

Capitolo 4 – L’importanza del contatto

Assicurare al neonato un ambiente ricco di cure e affetto significa porre le basi di una vita adulta emotivamente più solida, più positiva. Secondo lo psicologo britannico John Bowlby, padre della cosiddetta teoria dellattaccamento, il bambino nasce con una ‘predisposizione biologica’ a sviluppare un attaccamento per chi si prende cura di lui: l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (15).

Una relazione fondamentale per il suo wellness psicofisico, che influenzerà lo sviluppo della sua personalità e le scelte che compirà da adulto. Quando il piccolo si sente accolto in un ambiente noto e chi si prende cura di lui è presente e risponde alle sue richieste e bisogni, il bambino si sente compreso, è tranquillo e rafforza la sua sicurezza. Emozioni e sensazioni che finirà per riproporre nelle sue successive relazioni, anche in età adulta. E che lo aiuteranno a sviluppare la capacità di superare traumi o momenti difficili.

Dentro il ventre della madre i bambini sono protetti, avvolti in un ambiente ovattato e caldo che li fa sentire sicuri e tranquilli. Quando vengono al mondo, il cambiamento è brusco e intenso. Solo la vicinanza dei genitori, in particolare modo della mamma, può rassicurarli, trasmettendo di nuovo calore e contenimento attraverso l’abbraccio, ma anche con il profumo della pelle e il suono della voce, che i piccoli riescono a riconoscere, e gli sguardi. Gesti naturali e istintivi di accudimento e vicinanza che regalano pace al bambino e anche alla mamma. Che stringendo tra le braccia il suo cucciolo, guardandolo, cantando per lui, si rilassa e si sente serena. Per questo nei primi mesi di vita, in particolare, la relazione si costruisce attraverso il contatto fisico, fin dal primo momento dopo la nascita, quando il bambino viene appoggiato sulla pancia della mamma e i due si ritrovano.

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Non a caso si parla di endogestazione, riferendosi ai nove mesi della gravidanza, e di esogestazione per indicare i primi mesi dopo la nascita, proprio a sottolineare la continuità tra il prima e il dopo. Una continuità che inevitabilmente riguarda anche i bisogni del bambino, che continua ad avere l’esigenza di stare a contatto. Coccole e tenerezze non sono mai esagerate: prenderlo in braccio, rassicurarlo, accogliere con amore le sue paure, il suo bisogno di vicinanza non significa viziarlo. Anche perché il contatto permette al bambino non solo di sentirsi al sicuro, ma anche di percepire i propri limiti fisici attraverso una dimensione di contenimento. Nelle carezze delicate, negli abbracci, durante il cambio, il bagnetto o il massaggio, mamma e papà aiutano il bambino a “sentire” tutte le sue parti e a capire qual è la sua forma (16). E così facendo lo aiutano a percepire il mondo e a crescere.

Capitolo 3 – I risvegli notturni

Il fatto che il sonno dei neonati sia prevalentemente un sonno leggero, da cui si svegliano facilmente, e che tra un ciclo e l’altro abbiano intervalli di consapevolezza, è un potente meccanismo protettivo. I piccoli sono vulnerabili: se si trovano in una situazione di pericolo, dipendono dall’intervento di un adulto che li metta in sicurezza. Ecco perché la selezione naturale li ha dotati di un sistema di allarme efficace.

Quando chiamano nel cuore della notte, quindi, non lo fanno certo per capriccio o per dispetto, ma per istinto di sopravvivenza.

Nel 2003 un gruppo di ricerca australiano (10) ha condotto, con tutte le accortezze del caso, un esperimento su dieci neonati di età compresa tra due settimane e sei mesi. I ricercatori hanno ridotto leggermente l’apporto di ossigeno ai neonati che dormivano in fase REM o in fase di sonno profondo. Il risveglio dei piccoli che erano in fase REM è stato immediato, mentre quello dei piccoli che dormivano profondamente ha richiesto qualche minuto. Una maggiore durata del sonno leggero e la capacità di svegliarsi prontamente al minimo stimolo sono meccanismi salva vita quando c’è un rischio di soffocamento. Col passare dei mesi, man mano che il bambino acquista maggiore autonomia e capacità di discernere gli stimoli ambientali, i risvegli notturni diventano risvegli parziali, come quelli dell’adulto, e il bambino sviluppa la capacità di riaddormentarsi spontaneamente la maggior parte delle volte.

Lo stimolo che più frequentemente sveglia i bambini nei primi mesi di vita è la fame. Sono piccoli, hanno lo stomaco piccolo, dunque hanno bisogno di alimentarsi e bere spesso, anche durante la notte. Il ritmo del sonno e della veglia nell’età neonatale di fatto coincide con quello delle poppate.

I bambini nutriti al seno hanno bisogno di poppate più ravvicinate rispetto a quelli nutriti col latte in formula, perché il latte materno è più digeribile di quello formulato, lo stomaco si svuota prima e lo stimolo della fame ricompare. Di conseguenza, il numero dei risvegli notturni di un bambino allattato al seno è solitamente maggiore rispetto a quello di un bambino nutrito col biberon.

Ma c’è di più: secondo alcuni studi (11), i piccoli allattati al seno hanno il sonno più leggero e tendono a svegliarsi più rapidamente in presenza di uno stimolo rispetto a quelli alimentati col latte in formula. Può sembrare uno svantaggio e invece è l’esatto opposto: probabilmente è una delle ragioni per cui l’allattamento al seno è un fattore protettivo contro il rischio di soffocamento nel sonno.

Di contro, il latte materno è un potente facilitatore dell’addormentamento. Oltre all’effetto consolatorio e rilassante del contatto pelle a pelle, il latte di mamma nelle ore serali e notturne contiene una concentrazione maggiore di triptofani, amminoacidi che servono all’organismo come mattoni base per produrre la melatonina (12). Dopo aver controllato che non abbia bisogno di altro, offrire il seno a un bambino che si è svegliato di notte è un sistema rapido per farlo riaddormentare. Col passare dei mesi e il venir meno della necessità del bambino di nutrirsi anche di notte, i genitori troveranno altri gesti consolatori per favorire il suo ritorno tra le braccia di Morfeo.

Per tutte queste ragioni e, più in generale, per la necessità che i neonati hanno di contatto fisico con l’adulto, in particolare con la madre, sono sempre più i sostenitori del sonno condiviso nei primi mesi di vita del bambino. La consuetudine di tenere accanto il proprio bambino durante la notte, denominata scientificamente cosleeping, è molto diffusa in tutte le culture, perché fa parte delle cure prossimali, quel delicato sistema di attaccamento tra madre e bambino finalizzato alla protezione del piccolo e, quindi alla sua sopravvivenza.

Negli ultimi anni tuttavia, studi e ricerche approfondite hanno dimostrato che il cosleeping , è una pratica che può avere conseguenze tragiche, a causa del rischio di soffocamento del bambino.

In the same room, but not in the same bed, è lo slogan che Istituzioni, Enti di Ricerca, federazione di pediatri ed esperti di salute neonatale di tutto il mondo hanno lanciato per promuovere il sonno sicuro del bambino.

Secondo gli esperti dell’American Academy of Pediatrics (13), fino all’anno di età, è raccomandato far dormire il bambino nella stessa stanza dei genitori, adagiato nella sua culla o lettino. Il bambino percepisce la presenza dei genitori e dorme più tranquillo e loro possono intervenire più prontamente in caso di necessità.

Inoltre, dormire vicini favorisce l’allattamento al seno e consente alla neomamma di rispondere tempestivamente alle richieste del bambino, riducendo lo stress di entrambi e favorendone il successivo riaddormentamento.

In ogni caso, dormire vicino a mamma e papà per il neonato non è un vizio, ma un bisogno e vera e propria fonte di benessere E soddisfarlo non significa mettere a rischio la possibilità del bambino di crescere autonomo e indipendente. Anzi, significa mettersi in relazione con lui, comprendere le sue necessità e dare adeguate risposte che consentono al bambino di sentirsi più sereno e sicuro di sé (14).

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Capitolo 2 – I meccanismi del sonno dei bambini

Di quante ore di sonno necessita un bambino nell’arco della giornata? Quanto tempo dovrebbe impiegare per addormentarsi? Quanti risvegli notturni è normale che faccia? È impossibile trovare risposte univoche a queste domande. Tutti gli studi che hanno tentato di stabilire una regola precisa per rispondere ai dubbi di mamme e papà sul comportamento dei figli, si sono scontrati con un limite: l’ampia variabilità individuale dei tempi della nanna.

Durata complessiva del sonno, numero di pisolini diurni e di risvegli notturni, tempi di addormentamento evolvono rapidamente nel corso dei primi mesi di vita e cambiano in modo significativo da bambino a bambino. Dipendono in parte da caratteristiche innate, spesso ereditate dai genitori, in parte dall’ambiente, cioè dall’approccio culturale al sonno della società in cui vivono i piccoli e dalle abitudini della famiglia.

Tenendo conto di questa variabilità, possiamo dire a grandi linee (7) che nei primi tre mesi di vita circa la metà dei neonati dorme complessivamente ogni giorno dalle 13 alle 16 ore, tra nanna notturna e pisolini diurni. Dai sei mesi fino all’anno di età, metà dei bambini dorme tra le 12 e le 16 ore al giorno.

Inizialmente il sonno è suddiviso in brevi pisolini distribuiti in modo uniforme tra il giorno e la notte, poi progressivamente tende a concentrarsi sempre più nelle ore notturne. A sei mesi la maggior parte dei piccoli dorme almeno 5 ore di seguito durante la notte, ma molti ancora non ci riescono. A un anno di età, ancora il 15% dorme meno di 5 ore consecutive a notte.

Il sonno dei figli è uno dei temi che preoccupa di più i genitori. Secondo un’indagine recente pubblicata su PuBMed, il 40% dei genitori di un bambino di otto mesi è convinto che il figlio soffra di un disturbo del sonno (8). È comprensibile essere perplessi di fronte a un comportamento così imprevedibile e incontrollabile e certamente vi sono disturbi del sonno e altri problemi di salute che possono interferire con il riposo sereno di un bambino.

Se mamma e papà sono preoccupati al riguardo, è giusto che consultino il pediatra. Tuttavia, nella maggior parte dei casi scopriranno che l’apparente stranezza del comportamento del loro piccolo rientra nell’ampia casistica, assolutamente fisiologica, delle abitudini dei bambini riguardo la nanna.

Per dissolvere timori immotivati, è utile sapere come funziona il sonno dei bambini e in cosa differisce da quello degli adulti.

Il sonno non è uno stato uniforme di quiete del cervello. È formato da cicli di fasi in cui il cervello è attivo in modalità differenti. Da tempo la scienza studia queste fasi per chiarire la loro funzione. Quando noi adulti ci addormentiamo, attraversiamo inizialmente una fase di sonno lieve, seguita da una fase di sonno profondo, senza sogni. Infine entriamo in una fase di sonno attivo, detta fase REM, (Rapid Eyes Movements), durante la quale gli occhi si muovono rapidamente sotto le palpebre chiuse, segno che l’individuo sta sognando. L’intero ciclo dura 90-100 minuti. Poi ci svegliamo per un breve istante e ci riaddormentiamo subito, iniziando un nuovo ciclo. Di solito non conserviamo memoria di questi parziali risvegli. Quando abbiamo dormito un numero di ore adeguato o quando, ahimè, suona la sveglia, ci destiamo del tutto.

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Quando un bambino si addormenta (9), invece, entra direttamente nella fase REM, che si estende per il 50%, talvolta fino al 75% del suo ciclo di sonno, contro il 20% dell’adulto. Gli studiosi hanno ipotizzato che il sonno REM sia indispensabile al cervello del bambino per mettere alla prova e regolare le connessioni tra le sue diverse aree, completando la maturazione del sistema nervoso.

Durante la fase REM il piccolo può muoversi, scalciare, emettere suoni e talvolta socchiudere gli occhi, dando così ai genitori l’impressione di essere sveglio. Prenderlo in braccio in questo momento lo sveglierebbe, quindi prima di intervenire bisogna essere certi che il bambino stia effettivamente chiamando le attenzioni di mamma e papà.

Dopo la fase REM, il piccolo passa a una fase di sonno profondo e senza sogni. Al termine di questa, ha completato un ciclo, che nei primi mesi di vita dura 50-60 minuti, e si sveglia. Rispetto all’adulto, che tra un ciclo e l’altro si sveglia solo parzialmente e ne è quasi del tutto incosciente, il bambino per qualche istante è perfettamente vigile, esamina le proprie sensazioni e la situazione ambientale che lo circonda. Ha fame? Si trova in una condizione di benessere o percepisce qualche elemento di disturbo? Si sente in pericolo o l’ambiente è familiare? Respira correttamente?

Se al controllo tutto risulta in regola, di solito anche il bambino si riaddormenta spontaneamente come l’adulto. Ma spesso c’è qualche elemento che suscita la sua attenzione e così, anziché richiudere gli occhi, chiama in aiuto mamma e papà.

Capitolo 1 – Tutti i vantaggi di una buona nanna

Vi è una correlazione diretta tra le ore di nanna e la crescita ossea del bambino. Grazie a particolari meccanismi, come il rilascio dell’ormone somatotropo, una molecola che ordina alle cellule di moltiplicarsi, le ossa si allungano e i diametri dello scheletro si espandono. L’ormone viene prodotto dall’ipofisi, una ghiandola situata alla base del cranio, che lavora soprattutto durante il sonno.

Nel 2011, un gruppo di ricerca della Emory University di Atlanta, ha osservato (1) che ci sono periodi in cui la statura dei bambini aumenta più rapidamente, veri e propri balzi di crescita, che coincidono con i periodi in cui i bambini dormono più a lungo nell’arco della giornata e moltiplicano il numero dei pisolini. Ciò non significa, naturalmente, che si possa forzare un bambino a dormire più a lungo per farlo diventare più alto. La statura massima che ogni individuo può raggiungere è scritta nei suoi geni e non si può imporre il sonno a chi non ne ha. Ma di certo favorire un sereno riposo aiuta i bambini a svilupparsi, esprimendo al massimo le loro potenzialità genetiche.

Il sonno regola anche l’equilibrio di un altro ormone, l’insulina, che controlla il metabolismo dello zucchero, particolarmente importante nei primi anni di vita, quando l’organismo impara a gestire le proprie risorse energetiche. I bambini che nei primi anni di vita dormono poco rispetto alle loro esigenze, sono esposti a un rischio maggiore di sviluppare con la crescita diabete di tipo 2 e obesità (2).

Una buona nanna è fondamentale anche per lo sviluppo delle difese immunitarie del bambino. La carenza di sonno infatti, comporta una ridotta capacità di difesa contro le infezioni e una eccessiva produzione di citochine, molecole che favoriscono l’insorgenza di malattie infiammatorie (3).

E che dire della maturazione del cervello, dello sviluppo delle capacità cognitive, della memoria, l’apprendimento del linguaggio, il controllo delle emozioni? È un’esperienza vissuta anche da adulti: dopo una buona nottata di riposo ci si sente rilassati e sereni, la mente è più sgombra e pronta a lavorare, la memoria funziona meglio. Per il cervello dei neonati, che è in fase di sviluppo e che sta perfezionando la rete di connessioni tra le diverse aree, il ruolo del sonno è ancor più importante. La buona nanna è un pilastro del baby wellness!

Nel 2015 un gruppo di ricerca della Stanford University, in California (4), ha verificato che i bambini tra i 6 e 12 mesi che imparano un nuovo gioco e poi dormono almeno mezz’ora entro le successive quattro ore, il giorno dopo ricordano quello che hanno appreso più dei piccoli che sono rimasti svegli per più di quattro ore dopo avere imparato il nuovo gioco. Per gli esperti è segno che il sonno serve a consolidare le memorie a breve termine. Ecco perché i bambini, che imparano incessantemente cose nuove, non hanno bisogno solo della nanna notturna, ma anche di schiacciare pisolini nel corso della giornata. Pensiamo, per esempio, a quanto sia impegnativo per loro apprendere il linguaggio, il significato delle parole e la struttura astratta del discorso. Anche in questo compito i sonnellini hanno un ruolo fondamentale (5).

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Quando si parla di buona nanna, però, è importante tenere in considerazione non solo il numero o la durata dei sonnellini, ma anche la loro qualità. Un bambino riposato è più sereno e riesce a gestire con più facilità le emozioni. Quando è stanco, è più irritabile e propenso a fare i capricci. Secondo alcuni studi, la qualità del sonno condiziona il comportamento e lo sviluppo emotivo dei piccoli non solo nell’immediato, ma a lungo termine, anche a distanza di anni.

Un gruppo di psicologi di Birmingham, in Gran Bretagna (6), ha seguito per due anni più di 1600 famiglie, intervistando i genitori sul numero di ore di nanna, eventuali difficoltà di addormentamento e numero di risvegli notturni dei figli nei primi mesi di vita e sul loro comportamento a due anni. La ricerca ha evidenziato una correlazione tra disturbi del sonno e successivi problemi comportamentali.

Va detto, però, che analizzando correlazioni di questo tipo bisogna fare attenzione a distinguere tra cause ed effetti: è la carenza di sonno che fa crescere bambini ingestibili o sono i bambini col temperamento più vivace che da piccoli hanno problemi di addormentamento e, crescendo, di comportamento? O, ancora, c’è una causa comune, magari una situazione poco serena in famiglia, che determina entrambi i problemi?