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Approfondimenti scientifici

Le mille forme dell’allattamento: un viaggio tra culture, tradizioni e scienza

Dott.ssa Iolanda Rinaldi, Dott.ssa Monica Napolitano & Dott.ssa Alexandra Semjonova

Un neonato nasce con gli stessi bisogni biologici a Milano, a Tokyo, a Nairobi o a Città del Messico. Eppure, il modo in cui viene nutrito durante il primo anno di vita può essere profondamente diverso.
Il latte materno è un prodotto biologico regolato da sofisticati meccanismi neuroendocrini; l’allattamento, invece, è anche un comportamento influenzato dal contesto sociale e culturale. Intorno al seno e alla nutrizione si sono sviluppati rituali, convinzioni, tabù, prescrizioni alimentari e modalità di cura che cambiano in relazione alla geografia, alla religione, alla struttura familiare, alle condizioni socioeconomiche e all’organizzazione dei sistemi sanitari.

La scienza permette di definire i bisogni nutrizionali e le condizioni che favoriscono salute e crescita del bambino. Il modo in cui questi bisogni vengono interpretati e soddisfatti dipende però anche dalla cultura, dalla famiglia, dalle condizioni economiche, dal lavoro dei genitori e dall’accesso ai servizi sanitari. È proprio l’interazione tra questi fattori a rendere l’alimentazione del primo anno un campo particolarmente interessante della medicina transculturale.

 

Il primo latte: una stessa funzione biologica, significati differenti

Il colostro è la prima secrezione mammaria prodotta dopo il parto. Viene prodotto inizialmente in quantità relativamente piccole ed è ricco di immunoglobuline, lattoferrina, cellule immunitarie e numerosi altri componenti bioattivi.

Dal punto di vista antropologico, tuttavia, al colostro sono stati attribuiti significati molto differenti.

Studi etnografici, alcuni dei quali condotti diversi decenni fa, hanno documentato popolazioni nelle quali l’avvio dell’allattamento veniva ritardato e al neonato venivano somministrati alimenti o liquidi pre-latte. Le motivazioni potevano comprendere convinzioni relative alla qualità del colostro, rituali di nascita o l’idea che il primo latte non fosse ancora adatto al bambino. Questi dati devono essere interpretati nel loro contesto storico e geografico: non descrivono necessariamente le pratiche attuali delle popolazioni studiate. Rimangono però un esempio particolarmente interessante di come una stessa funzione biologica possa ricevere interpretazioni culturali molto differenti.

 

Africa subsahariana: una pluralità di pratiche

Parlare di “allattamento africano” sarebbe improprio. L’Africa subsahariana comprende migliaia di comunità con tradizioni, religioni, strutture familiari e condizioni socioeconomiche profondamente differenti.

In alcune popolazioni studiate, la cura del neonato coinvolge tradizionalmente una rete familiare più ampia nella quale nonne, sorelle, altre donne della famiglia e membri della comunità possono partecipare alla trasmissione delle conoscenze e influenzare le decisioni relative all’alimentazione infantile.

In specifici contesti sono state inoltre documentate pratiche di alimentazione pre-latte, con somministrazione di acqua, infusi, miele o altri alimenti prima o insieme all’avvio dell’allattamento. Frequenza e significato di queste pratiche variano considerevolmente tra comunità e possono essere associati a rituali, alla percezione che il neonato abbia sete oppure a convinzioni relative al colostro e alla qualità del latte.

Anche durata ed esclusività dell’allattamento variano considerevolmente tra Paesi e popolazioni. È quindi importante distinguere tra prosecuzione dell’allattamento ed esclusività: secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un bambino che riceve acqua o altri alimenti e bevande non è più considerato esclusivamente allattato al seno.

 

Asia meridionale: famiglia, tradizioni e decisioni condivise

India, Bangladesh, Nepal e Pakistan comprendono popolazioni, religioni e tradizioni molto diverse; non esiste quindi un unico modello sudasiatico di allattamento.

Studi antropologici e qualitativi condotti in specifiche comunità hanno tuttavia documentato situazioni nelle quali le decisioni relative alla madre e al neonato coinvolgono diversi componenti della famiglia.

In alcune famiglie, le nonne materne o paterne possono avere un ruolo importante nella trasmissione delle pratiche postpartum, nei consigli sull’alimentazione materna e nelle decisioni relative all’allattamento e all’introduzione degli alimenti complementari.

In differenti tradizioni dell’Asia meridionale sono state inoltre descritte classificazioni culturali degli alimenti secondo concetti riconducibili, con significati differenti da comunità a comunità, alle categorie di “caldo” e “freddo”. Queste classificazioni non corrispondono alle categorie della moderna scienza della nutrizione, ma possono influenzare concretamente le scelte alimentari.

Per il professionista sanitario diventa quindi importante comprendere non soltanto che cosa mangia una madre, ma anche quale significato attribuisce a quelle scelte.

 

Cina: alimentazione e tradizioni del periodo postpartum

In diverse comunità cinesi il periodo successivo al parto è tradizionalmente associato allo zuo yuezi, un insieme di pratiche postpartum che può comprendere riposo, protezione dal freddo e specifiche indicazioni alimentari. Le modalità con cui queste prescrizioni vengono interpretate e applicate variano tuttavia tra regioni, famiglie e generazioni e si sono trasformate nel tempo.

Brodi, zuppe, uova, carne e altri alimenti possono essere consigliati con l’obiettivo di favorire il recupero materno o sostenere la produzione di latte. Alcuni alimenti vengono tradizionalmente considerati galattogoghi.

Sul piano fisiologico, tuttavia, la produzione di latte è regolata da meccanismi endocrini e soprattutto, dopo l’avvio della lattazione, dalla frequenza e dall’efficacia della rimozione del latte dalla mammella. Un’alimentazione adeguata rimane importante per la salute e lo stato nutrizionale della donna, ma non è corretto attribuire automaticamente a un singolo alimento uno specifico effetto galattogogo in assenza di adeguate evidenze.

La differenza tra tradizione terapeutica e farmacologia basata sull’evidenza diventa particolarmente interessante.

 

Giappone: quando la lattazione diventa un patrimonio familiare

Anche in Giappone le pratiche relative alla maternità e all’alimentazione infantile sono cambiate considerevolmente nel tempo e possono variare tra famiglie e generazioni.

Il coinvolgimento familiare nella preparazione dei pasti e nel sostegno alla madre può influenzare l’esperienza del periodo postpartum.

Una dimensione culturale particolarmente riconoscibile riguarda l’alimentazione complementare, indicata con il termine rinyūshoku. La progressione degli alimenti viene generalmente adattata alle capacità del bambino, con modificazioni graduali di consistenza e varietà.

Riso, verdure, pesce, tofu e altri alimenti appartenenti alla cucina familiare possono progressivamente entrare nell’alimentazione del bambino secondo modalità compatibili con età, sviluppo e sicurezza alimentare.

L’alimentazione complementare rappresenta così non soltanto una transizione nutrizionale, ma anche uno dei primi incontri del bambino con la cultura alimentare della propria famiglia.

 

Medio Oriente e mondo islamico: religione, cultura e alimentazione

Nelle comunità mussulmane, l’allattamento può assumere anche una dimensione religiosa. Il Corano fa infatti riferimento a un periodo di due anni per l’allattamento completo, contribuendo a dare alla lattazione prolungata un significato che non è esclusivamente nutrizionale.

La pratica concreta varia naturalmente tra Paesi e famiglie, ma religione e cultura possono influenzare durata dell’allattamento, organizzazione della cura e alimentazione materna.

Parallelamente, in specifiche popolazioni sono state descritte pratiche tradizionali relative al colostro, all’alimentazione pre-latte e alla dieta materna.

L’alimentazione complementare si inserisce successivamente nelle differenti tradizioni gastronomiche locali. Cereali, legumi, yogurt e altri latticini, frutta, verdure, uova e carne possono progressivamente entrare nella dieta del bambino.

La scienza nutrizionale non richiede infatti una cucina universale: richiede alimenti nutrizionalmente adeguati, sicuri, sufficientemente vari e appropriati allo sviluppo del bambino.

 

America Latina: tradizione e trasformazione

Studi condotti in diverse comunità hanno mostrato come in molte aree dell’America Latina, le conoscenze relative alla gravidanza, al puerperio e all’alimentazione infantile possano essere trasmesse tra generazioni. In alcune famiglie, madri, nonne e altre figure della rete familiare possono influenzare le scelte relative all’allattamento e all’alimentazione complementare.

Parallelamente, urbanizzazione, migrazioni, cambiamenti nell’occupazione femminile, trasformazioni della struttura familiare e maggiore disponibilità di alimenti industriali hanno modificato molti comportamenti alimentari.

Tradizione e modernità non necessariamente si sostituiscono. Possono invece produrre modelli ibridi nei quali latte materno, latte estratto, formula quando utilizzata, alimenti industriali per l’infanzia e preparazioni della cucina familiare convivono durante il primo anno di vita.

 

Oceania e popolazioni indigene: alimentazione, identità e colonizzazione

In diverse popolazioni indigene dell’Australia, della Nuova Zelanda e delle isole del Pacifico, gravidanza, nascita, alimentazione e cura dei bambini sono state storicamente inserite in reti familiari e comunitarie e possono assumere significati che vanno oltre la sola nutrizione.

La colonizzazione e le successive trasformazioni sociali hanno interferito, con modalità differenti nelle diverse popolazioni, con la trasmissione intergenerazionale di conoscenze e pratiche legate alla maternità e all’alimentazione infantile. Per questo motivo, in tali contesti la promozione dell’allattamento può richiedere non soltanto informazioni nutrizionali, ma servizi culturalmente sicuri e il coinvolgimento delle comunità interessate.

 

Europa: meno tradizione, più sistema sanitario?

Il confronto con l’Europa è particolarmente interessante. A prima vista, i Paesi europei potrebbero sembrare molto più uniformi rispetto ad altre aree del mondo. In realtà non è così.

I dati disponibili mostrano differenze considerevoli tra Paesi nella prevalenza dell’allattamento, nella sua durata, nell’allattamento esclusivo e nelle politiche di sostegno.
Una survey condotta in 11 Paesi europei ha rilevato differenze importanti nella percentuale di bambini ancora allattati e nell’allattamento esclusivo a sei mesi.

Le differenze non dipendono soltanto dalle preferenze individuali. Nei Paesi nordici il congedo parentale e il sostegno istituzionale hanno storicamente creato condizioni favorevoli alla prosecuzione dell’allattamento. In altri Paesi, il rientro al lavoro, le modalità di assistenza sanitaria, il supporto professionale e le norme sociali possono influenzarne maggiormente la durata.

La cultura dell’allattamento, quindi, non si manifesta necessariamente attraverso rituali tradizionali. Può esprimersi anche attraverso aspettative sociali relative agli intervalli tra le poppate, al controllo del peso, all’utilizzo del tiralatte e alla percezione della performance materna.

 

E l’Italia?

L’Italia occupa una posizione particolarmente interessante perché conserva una forte cultura alimentare familiare, ma ha contemporaneamente incorporato una crescente medicalizzazione della prima infanzia. L’allattamento è sostenuto dalle raccomandazioni sanitarie, ma la sua durata varia in relazione a fattori socioeconomici, territoriali, educativi e lavorativi.

Quando si arriva all’alimentazione complementare, emergono caratteristiche ancora più riconoscibili. La cucina italiana offre un patrimonio estremamente ampio di cereali, legumi, verdure, frutta, olio extravergine d’oliva, pesce, uova e altre fonti proteiche. Tuttavia, nella pratica contemporanea, l’introduzione dei primi alimenti è spesso accompagnata da prodotti specifici per l’infanzia, omogeneizzati, farine e preparazioni industriali.

Uno studio italiano condotto su 2.023 famiglie ha rilevato che l’alimentazione complementare viene generalmente avviata tra il quinto e il sesto mese; il 77% delle famiglie utilizzava prevalentemente preparazioni liquide o semiliquide fatte in casa oppure alimenti industriali per l’infanzia.

Più che parlare di un unico “svezzamento italiano”, è quindi appropriato descrivere una pluralità di percorsi: preparazioni tradizionali, alimenti specifici per l’infanzia, consistenze progressivamente modificate e alimenti della tavola familiare possono essere utilizzati secondo modalità differenti.

 

La vera sfida della medicina transculturale

La ricerca sull’allattamento mostra che la cultura non è un elemento accessorio della nutrizione infantile. È una delle componenti dell’ambiente nel quale essa avviene.
Tradizioni, religione, famiglia, disponibilità degli alimenti, condizioni economiche, lavoro dei genitori e sistemi sanitari possono modificare concretamente l’esperienza dell’alimentazione durante il primo anno.

La medicina basata sulle evidenze offre parametri condivisi: crescita, adeguatezza nutrizionale, sicurezza alimentare, sviluppo e prevenzione delle carenze. L’antropologia e le scienze sociali aiutano invece a comprendere perché una famiglia compia determinate scelte e quale significato attribuisca loro.

Un’assistenza pediatrica culturalmente competente nasce dall’integrazione di queste prospettive. Non si tratta di scegliere tra scienza e tradizione né di considerare automaticamente benefica o dannosa una pratica perché tradizionale. Occorre distinguere le pratiche culturalmente significative e compatibili con la salute da quelle che richiedono adattamenti o che possono comportare un rischio.

Perché le forme dell’allattamento possono essere mille, ma l’obiettivo clinico rimane comune: offrire alla madre, al bambino e alla famiglia un percorso nutrizionale sicuro, adeguato e rispettoso del loro contesto biologico, sociale e culturale.

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